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Feste religiose e tradizioni popolariNonostante Amendolara sia un paesino di poco più di tremila abitanti, vanta diverse feste religiose, che si svolgono durante l’anno. Quelle che presentano caratteristiche tradizioni popolari sono: S. Giuseppe (19 marzo), l'Annunziata (24 marzo) e. S. Vincenzo Ferreri, il protettore (ultima domenica di aprile e i tre giorni precedenti) di Amendolara. |
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S. Antonio AbateIl 17 gennaio, si celebra la Festa di S. Antonio Abate, protettore degli animali. La festa inizia con la Santa Messa e procede con la benedizione degli animali e l’incanto (asta pubblica) dei doni offerti dai fedeli. Alla fine dell’asta, il miglior offerente si aggiudica una corona di arance intrecciata con alloro; l’aggiudicatario sfila per le vie del paese a cavallo, seguito da altri cavalli e dalla processione del Santo. Nel primo pomeriggio si svolgono le corse degli animali, divise per categoria: cavalli, asini e muli. |
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S. GiuseppeIl mese di marzo è dedicato interamente a S. Giuseppe; le donne ogni giorno raggiungono la cappella recitando il S. Rosario giuseppino, con canti della pietà popolare, lungo il cammino. La festa di S. Giuseppe si svolge il 19 marzo, sul pianoro che porta appunto il nome del Santo. Il giorno prima, come tradizione, i ragazzi si recano sulla riva del mare, per le stradine di campagna in cerca di pietre piatte ben levigate con le quali giocare a ”stacce” il giorno dopo. Un tempo esse venivano costruite in terracotta. Adesso si utilizzano sassi già pronti, resi piatti dalla forza della natura e non più dall’impasto delle mani dell’uomo. La mattina della celebrazione, si gioca su quel pianoro. S’interrompe per la messa nella cappelletta, al termine della quale vengono distribuiti i “panittilli”, panini benedetti fatti dalla gente del posto e offerti ai fedeli. Poi si dà il via alla scampagnata, con prodotti tipici e caserecci: salsiccia, pecorino, vino, frittata di asparagi “pitticelle” (pizzette) di spinaci. Dal primo pomeriggio si torna a giocare fino al tramonto.
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Madonna dell'AnnunziataIl 24 marzo, giorno dell’annunciazione dell’Angelo a Maria, una folla di fedeli si muove in processione la sera dirigendosi verso la Chiesa bizantina (Cappella dell'Annunziata), segnalata a distanza da un fuoco acceso davanti alla porta e dalle candele accese sull'altare. La celebrazione religiosa inizia al crepuscolo con due fiaccolate che partono dal centro storico e dalla marina e che si ricongiungono ai piedi della cappella. All'interno vengono recitate le preghiere e all'esterno, intorno a un grande falò, fino a notte inoltrata vengono intonati canti religiosi popolari, tramandati da secoli. Le ragazze non ancora fidanzate cantano girando tre volte intorno alla cappella: “Madonna meia d'Annunziet, a uann schitt l’ann che bbinid maritat” (trad. Madonna mia dell’Annunziata, se quest’anno sono nubile, il prossimo voglio essere sposata). |
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S. Vincenzo FerreriLa festa di S. Vincenzo sembra che sia stata istituita dai Domenicani di Amendolara in onore del grande confratello, santificato dalla chiesa intorno alla metà del 1400. Nei tre giorni che precedono la festa, vengono accesi i “fucarazz” (giganteschi falò), mentre alla mezzanotte della domenica si accende quello detto “di cento fascine”, realizzato con la legna donata dai vari rioni. I “fucarazz”, preparati col taglio di pini dei boschetti vicini al paese, che venivano fino a qualche tempo fa, trascinati da muli, asini, buoi ed ora da trattori, vengono accesi l'uno dopo l'altro nei vicinati dei tre rioni nei tre giorni che precedono la domenica, accompagnati dalle note della banda, presente nei quattro giorni di festa. Durante la visita ai falò, si procede per le strade di Amendolara tra “puntilli” (spintoni) e soste a banchetti dove si possono degustare vino, salame, taralli, frittelle e altro ancora. Si tratta di un rito di origine pagana che celebra la fine dell’inverno. La festa viene conclusa dai fuochi d'artificio. La domenica, durante la processione del santo, il sacerdote benedice il primo falò, che rappresenta il fuoco dello Spirito Santo che si ritrova, come lingua di fuoco, sul capo di San Vincenzo. Con tale simbologia si identifica il carisma pentecostale della predicazione del Vangelo. Un tempo, l’ultimo sabato di aprile, si teneva la fiera di S: Vincenzo, che rappresentava l’apertura annuale della vendita di agnelli per tutto il Meridione d’Italia. Richiamava i “compratori”, detti anche “ferrittieri” dalle regioni limitrofe. Quest’arrivo era atteso dai venditori perché dava vivacità al mercato, elevando i prezzi che offrivano i compratori locali all’apertura della fiera. Ora, invece, è una sorta di mercato dove si può acquistare ogni genere di mercanzia.
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S. Antonio da PadovaIl 13 giugno si celebra la Festa di S. Antonio da Padova. S’inizia con la “tredicina”, cioè tredici giorni durante i quali si prega e s’intonano canti tradizionali nella cappella del Santo, e si termina con la messa e la processione. Di sera la festa continua con incanto, musica e fuochi pirotecnici. Tra le feste religiose di Amendolara Marina ci sono quella di S. Francesco di Paola (ultima domenica di luglio) e quella della Madonna della Salute (penultimo sabato di agosto). S. Francesco è il Santo protettore dei pescatori. Nel giugno del 1992, una delegazione di amendolaresi si recò in pellegrinaggio a Paola per prendere la statua. Essa arrivò ad Amendolara dal mare e così, ogni anno dopo la celebrazione della messa nella Chiesa della Madonna della Salute, la sua statua viene portata dal molo nuovo al molo vecchio su una barca. La sera si dà il via ad una sorta di sagra del pesce, con la possibilità di gustare la frittura dei pesci pescati proprio dai pescatori locali, di ascoltare musica e vedere i fuochi pirotecnici che si dissolvono nel mare. |
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S. DomenicoIl 4 agosto si celebra la Festa di S. Domenico, con rito religioso e “fiera dell’estate”, istituita dai Domenicani in onore del fondatore del loro ordine religioso. |
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S. RoccoLa Festa di S. Rocco (16, 17 e 18 agosto) è caratterizzata da una composizione di ceri, legati tra loro, decorati con carta colorata, portata sul capo durante la processione dai fedeli, in segno di penitenza o ringraziamento per grazia ricevuta dal santo. Oltre alla processione e alla messa c’è l’aspetto profano della festa, costituita da musica, riffa, incanto e fuochi pirotecnici. |
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Madonna della SaluteAlla Madonna della Salute è intitolata la Parrocchia della Marina. Il culto risale al 1920, quando la statua si trovava in una cappelletta in contrada Lista. Il rito inizia con un triduo di preghiere che si svolge in chiesa. Da qui, dopo la messa parte la processione che attraversa i vicoli della marina, accompagnata dalla banda musicale. I festeggiamenti civili durano due giorni con musica, incanto, riffa e fuochi pirotecnici. |
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Madonna delle GrazieNell’incantevole scenario della montagna di Straface, invece, si svolge la Festa della Madonna delle Grazie (prima domenica di settembre). La processione parte dalla cappella nel bosco e vi fa ritorno per la messa. I doni portati dai fedeli, secondo tradizione, vengono venduti “all’incanto”. La festa si svolge con scampagnate nel verde, giochi, musica, gara di ballo e fuochi d’artificio. |
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S. LuciaLa domenica che segue il 13 dicembre si celebra la festa di Santa Lucia. Caratterizzata dalla presenza di donne e fanciulle, la messa si svolge nella cappella di S. Lucia, realizzata dall’artista amendolarese Antonio Sassone. Piatto caratteristico è il grano bollito condito con zucchero, chiamato “cuccìa”. |
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InformazioniSe avete necessità di conoscere negozi o locali di Amendolara, contattatemi pure tramite gli indirizzi email presenti sul sito. Sarò lieta di aiutarvi! |
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bontà e benessere
Salute, bellezza, alimentazione e... un po' di fortuna!
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Amendolara merita un discorso a parte, dal momento che è il paese in cui vivo dal 1983, anno in cui lasciai Rho (MI) per trasferirmi qui con la famiglia. Ridente cittadina di circa 3.000 abitanti, in provincia di Cosenza, si affaccia sul mar Ionio. Ha molto da offrire in termini di paesaggi e genuinità. Vi consiglio di visitarla. Per maggiori informazioni e per una visita virtuale al paese e ai monumenti: www.amendolara.info Dopo il gemellaggio con Trecate (No) e Lanus (Buenos Aires), durante i festeggiamenti di S. Vincenzo (fine aprile 2007), e' stata la volta di Cerano (No). Nel mese di maggio, una comitiva di francesi (alcuni originari di qui) si e' recata nella nostra cittadina per salutare parenti e amici. Si pensa già a un probabile gemellaggio con Challes Les Eaux (Chambéry). Il gruppo appartiene a un'associazione francese dedicata alla Calabria, la 'Calabrisella'. Per informazioni, http://calabrisella.free.fr calabrisella@free.fr Per vedere alcune foto di Amendolara e dintorni, visitate la pagina 'Le mie foto'.
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Il suo nome è d’origine medioevale anche se deriva dal latino “AMYGDALARIA” (mandorlai), poi Amygdalara, Lamendolara, Mendolara, Mendolaria e infine Amendolara, per l’alta produzione di mandorle e, quindi, per il fiorente commercio delle stesse. Il sigillo comunale rappresenta un mandorlo con alla base tre mandorle disposte a ventaglio. La cultura tradizionale di questo paese è essenzialmente contadina, con radici greco-romane. Le popolazioni dominanti hanno lasciato molte tracce, in particolare nel dialetto. Amendolara nell’antichità ha avuto tre abitati e tre necropoli d’epoca italica, greca (Lagarìa) e romana (Statio ad Vicesimus dell’Itinerarium Antonini), ed anche una ricca presenza bizantina (ben dodici edifici tra chiese e cappelle) e armena. Tra i suoi signori annovera i nomi dei Normanni, Svevi, Angioini, Altavilla, Pignatelli e altri ancora. Secondo la leggenda, nel mare di Amendolara sarebbe esistita un’isola, forse l’Ogigia cantata da Omero, la dimora della bella ninfa Calipso, l’isola del sogno. Pare che essa corrisponda allo scoglio o banco di Amendolara ove si pensa vi siano sepolte 300 navi della flotta di Dionisio il Vecchio che guerreggiavano contro Thurio nel 377 a. C. Le numerose Chiese e grotte eremitiche collocate sul territorio, testimoniano una fiorente vita religiosa del paese in epoca bizantina e cistercense, arricchita poi dalla fondazione dell’ordine dei Domenicani, il cui centro di culto fu la Chiesa di Santa Margherita, prima della costruzione del convento. La chiesa di S. Giovanni, la cui pianta a croce greca libera (o a quadrifoglio) è stata costruita col sistema dei tre cerchi, utilizzato per dipingere le icone, presenta caratteri armeni. Pare sia l’unica chiesa del genere in Italia a testimoniare la presenza di una colonia proveniente dall’Armenia. La chiesa dell’Annunziata è stata edificata nell’IX-X sec. e presenta pianta e cupola di epoca bizantina, un interessantissimo affresco della fine del’500 di un ignoto pittore meridionale di totius orbis con un ricco simbolismo bizantino-medievale di temi cristiani e pagani e uno invece bizantino che rappresenta la Madonna con Bambino e un Cristo Pantocrator benedicente. Anche la chiesa di S. Maria, edificata su un tempio pagano, presenta abside e cupola bizantina, mentre la Chiesa Madre di S. Margherita, nonostante i rifacimenti delle epoche successive, conserva ancora tracce del periodo medievale. Amendolara diede i natali a Pomponio Leto, fondatore dell’Accademia romana a indirizzo archeologico, a Facio Patarino, illustre scrittore e letterato, allo scultore Antonio Sassone, emigrato in Argentina e a politici, letterati e forensi. Al 1239 risale invece il restauro del castello di Amendolara, costruito dai Normanni su una preesistente roccaforte longobarda, ad opera di Federico II, che lo abitava durante i suoi spostamenti dalla Sicilia alla Puglia e viceversa. Passato poi ad Angioini, Aragonesi e Borboni, anche se rimaneggiato nei secoli, conserva ancora tracce dell’antica struttura. Una svolta venne data al Paese con le scoperte archeologiche che si ebbero intorno al 1958, grazie alla passione e alla dedizione del dott. Vincenzo Laviola. La prima campagna di scavo ebbe inizio nel 1967 e ancora continua ai giorni nostri. Nel 1992 al posto del museo civico viene istituito il “Museo Archeologico Statale Vincenzo Laviola”, grazie a una convenzione stipulata tra l’Amministrazione Comunale e la Soprintendenza Archeologica.
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BibliografiaLaviola Vincenzo: Amendolara. un modello di studio della storia, dell’archeologia e dell’arte dell’Alto Jonio Calabrese, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca, 1989. Laviola Vincenzo: I bei tempi andati. Aspetti della civiltà contadina dell’Alto Ionio Cosentino, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca, 1993. Opuscolo turistico: Amendolara da scoprire. Renne Rocco: Il castello di Amendolara nella successione feudale, Galasso Editore, Tipografia Jonica, Trebisacce (CS), 1987 Silvestri Rocco: Amendolara. Profilo storico di un paese antico, Tipografia Jonica, Trebisacce (CS), 1987.
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L'emigrazioneIl fenomeno dell’emigrazione in Argentina degli abitanti di Amendolara si ebbe dalla seconda metà dell’800 fino al 1950 circa.
Parte della popolazione si diresse vero l’America, spinta dal bisogno e dalla speranza di far fortuna fuori dei confini d’Italia. Ancora oggi, molti Amendolaresi vivono a Buenos Aires. Ogni tanto, per iniziativa della cittadinanza si organizzano viaggi da e per l’Argentina, con lo scopo di dare la possibilità di incontrare almeno per una volta ancora i parenti partiti molti anni prima, alla ricerca di un lavoro. Vi sono casi in cui nonni e zii vedono per la prima volta i loro nipoti. Il viaggio di un emigrante durava quaranta, cinquanta giorni di mare; all’arrivo gli emigranti erano stanchi e avevano una forte nostalgia della famiglia e degli amici lontani. Duro lavoro, condizioni di vita pietose ed un unico pensiero: mandare denaro alla famiglia bisognosa lasciata ad Amendolara e la speranza di riabbracciare tutti, un giorno non troppo lontano. Il denaro inviato portò all’arricchimento e sviluppo del paese. Aumentarono le piccole attività commerciali, le coltivazioni dirette della terra. I figli di questi uomini partiti poveri e tornati borghesi ebbero la possibilità di studiare, di crearsi un avvenire, senza i tormenti e i patimenti che furono dei loro padri. Con la Prima Guerra Mondiale, questo flusso emigratorio si fermò per riprendere ancora, in seguito, con destinazioni anche diverse come Svizzera, Germania e altre parti d’Europa. Sembrano storie di altri tempi, ma non è così. Ancora oggi, la possibilità di lavorare, in queste zone, è limitata. Il flusso di emigrazione si è spostato al Nord Italia. Soltanto le distanze e i mezzi per raggiungere i luoghi della speranza sono cambiati. Il resto della storia è immutato.
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Il brigantaggioNella seconda metà dell’Ottocento, si assisteva al dilagare del brigantaggio calabrese. Furono saccheggiate le Chiese e il Convento di S. Domenico. La gente non si sentiva più sicura, non poteva uscire di casa la sera, cosa che accade ancora oggi, per altri motivi, nei grandi centri urbani e industrializzati. Tornado a quei tempi, i cittadini avevano perduto la loro tranquillità, come sotto il dominio dei Saraceni. Continuo era il pericolo di aggressioni, di sequestri di persona e di morte. La difesa notturna dell’abitato si faceva chiudendo le porte sistemate lungo la cinta muraria, protette da alcune torri su cui vigilavano armate le guardie in servizio. La situazione delle case di campagna era un pochino diversa; si trattava di “case-torri” con pochissime aperture, i cui infissi venivano sbarrati con travi robuste. Ai lati delle porte e delle finestre vi erano delle feritoie destinate alla difesa con armi da fuoco. Per questo motivo, la masseria prese il nome di “torre”. La difesa del paese era affidata alla Guardia Nazionale, il cui comandante, Don Giorgio dei Baroni Pucci, fu anche un attivo garibaldino. Alla notizia o al sospetto della presenza di briganti nella zona, la Guardia Nazionale faceva le sue battute che portavano spesso alla cattura di questi individui. |
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La transumanzaLa transumanza, nei comuni dell’Alto Jonio Cosentino, si è praticata da secoli, se non da millenni. Ed è stato proprio ad Amendolara che il fenomeno ha assunto maggior imponenza ed è durato fino a tutto il primo quarto del Novecento. Il ritorno dei pastori e delle greggi in marina avveniva entro la prima metà d’ottobre, nei giorni che precedevano la nascita degli agnelli e dei capretti. La partenza non avveniva né di martedì né di venerdì, poiché dai pastori, questi due giorni, erano ritenuti poco fausti. Gli stazzi dei pastori, “jazzi vernili”, erano recinti fatti con tavole e pali di legno preparati da loro stessi nei boschi vicini con i loro attrezzi. Presso lo stazzo vi era il “pagliaro”, abitazione in cui vi era il letto rudimentale del pastore, vari utensili per lavorare il latte e le provviste alimentari. All’alba partivano tutti insieme pastori, gregge, cane, cavalcature cariche di donne e bambini. A cena si cibavano di pane fresco di grano o di granoturco, con prosciutto e cacio di montagna, accompagnato da acqua fresca. La notte trascorreva in uno stazzo abbandonato. Il giorno dopo, all’albeggiare, si ripartiva. In testa al gregge c’era il “manzo” col campanaccio intorno al collo. Era il montone più forte che a primavera aveva vinto tutti i montoni rivali. Dietro a lui gli altri montoni, poi le capre e le pecore. Davanti, invece, vi erano i pastori e i mastini con collari di legno cosparsi di chiodi sporgenti, per difendere il loro collo dalle fauci dei lupi. In coda al gregge altri pastori e mastini. Dietro ancora vi erano le giumente che portavano sedute sul basto le madri e le figlie dei pastori. Mentre i pastori pascolavano le loro greggi impegnavano il tempo a lavorare rami di giunco per ricavarne i recipienti per la ricotta, il cacio, ceste, cestini. La lavorazione del giunco veniva trasmessa da padre in figlio. I giovani, non essendo ancora bravi nell’arte di intrecciare il giunco preferivano trascorrere le ore al pascolo imparando a suonare prima il piffero, poi la cornamusa ed infine la zampogna. Nella stagione in cui non era adatta la lavorazione del giunco, i pastori anziani lavoravano con un affilatissimo coltello dei manici di bastone atti all’appoggio della persona e alla guida del gregge.
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Il matrimonioMolto tradizionali sono gli sposalizi che caratterizzarono il primo dopoguerra. Il giovedì prima delle nozze che si celebravano la domenica successiva, avveniva la festa della “consegna”, nella quale i genitori della sposa consegnavano la dote della figlia allo sposo. Essa comprendeva “ i panni” (il corredo), “la rame” (batteria da cucina in rame), l’“oro” (costituito dal “finimento”, fatto da una collana, due orecchini, un fermaglio, “un birlocco”, grosso ciondolo, un anello e a volte un braccialetto). Tutte queste cose venivano annotate su un foglio chiamato “stizzo”. L'elenco, accettato e sottoscritto dallo sposo e dai testimoni veniva consegnato al padre della sposa. La “mastra” (un'anziana sarta) “apprezzava” (valutava) il corredo, che veniva mostrato agli invitati. Il corredo e “la rame”, chiusi in casse nuove, venivano trasportati su muli bardati a festa dalla casa della sposa in quella degli sposi. La festa della “consegna” finiva con la distribuzione di dolci e liquori agli invitati. La festa delle nozze, invece, cominciava la domenica mattina con la celebrazione religiosa e finiva a mezzanotte, quando chiuse le danze, dopo il banchetto, gli sposi venivano accompagnati nella nuova casa dalle donne del parentado. La festa terminava nella notte con la serenata e si chiudeva con la “rottura” della bottiglia di liquore vuotata dai suonatori. Il giorno successivo, “il lunedì”, le donne che avevano partecipato al banchetto portavano i loro regali di nozze che dovevano costituire le provviste per il primo anno di matrimonio degli sposi. Di solito consisteva in grano, olio, una o due forme di cacio, lardo, sugna. |
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L'uccisione del maialePer quanto concerne il maiale, “a causa” delle carni saporite, non vi era nessuna forma di rispetto. Siccome si trattava di un animale “muto” non era temuto dall’uomo quanto il bue, il quale secondo tradizione, la notte di Natale parlava. Veniva cresciuto e poi ucciso atrocemente con lo “scannaturo” (lungo ed affilato coltello) o con un punteruolo (pezzo di ferro ben appuntito), di circa 25 centimetri, conficcato sotto l’ascella sinistra in direzione del cuore. Era l’unico modo (tra l’altro assai crudele) conosciuto a quei tempi per uccidere le bestie. Dopo quest’esecuzione si passava alla lavorazione del maiale, del quale nulla si doveva buttare. Ed ecco allora: salsicce, sopressate, prosciutti, capicolli, e via dicendo posti a stagionare sull’antinna (asta), sospesa ai travicelli. La festa cominciata con l’uccisione del maiale durava tutto l’anno intorno alle tavole imbandite in cui questa squisita carne non mancava mai.
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La Leggenda della notte di NataleTra le leggende popolari e contadine che risalgono alla notte di Natale ne abbiamo due: la prima narra che la notte di Natale la mandra dei buoi deve rimanere sola, deve essere libera di “parlare”, perché a mezzanotte, i buoi ricordano a voce alta, fra loro, che tanto tempo fa un bue con il calore del suo fiato, riscaldò il corpo del Bambino Gesù, posto a dormire dopo la nascita nella sua mangiatoia. “Era la prima notte di Natale”, dicono le mucche ai vitellini. Se qualcuno si mettesse ad origliare per ascoltare i loro discorsi sarebbe colto da morte immediata. La seconda riguarda un troncone di roccia calcarea, la “Pietra Castello” che si trova sull’antica strada che collega Amendolara ad Oriolo (paese limitrofo), la S.S. 481. Una leggenda narra che la notte di Natale, la roccia si apre in due come la tenda di un sipario, lasciando nel mezzo uno stretto cunicolo che dà sulla tomba del ricco signore che si fece seppellire lì con i suoi tesori, mostrando una chioccia con dodici pulcini d’oro, oggetti d’oro e d’argento, casse di pietre preziose. L’impresa di prendere il tesoro è davvero ardua dal momento che l’apertura sembra durare pochi secondi (pari al recital di un “Cristi Eleison”), tanto che la leggenda parla di persone rimaste imprigionate nella roccia. Il signore, per difendere le sue ricchezze assume la forma di un fantasma, di un pauroso spettro, sperando così con voci e suoni di catene, con lampi e tuoni di far spaventare il temerario.
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I 'crisp' |
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Art'e' donna 2007Grande successo il 6 agosto, ad Amendolara, per la prima edizione di 'Art'e' donna'. L'invito riservato alle donne artiste e artigiane dell'Alto Jonio e' stato accolto da ben 18 espositrici, di cui 7 di Amendolara. Numerosi sono stati i visitatori che si sono recati per acquisti o semplice curiosità agli stand espositivi durante la 'Serata Rosa'. Erano presenti: pittrici, ricamatrici, realizzatrici di gioielli, bigiotteria e composizioni floreali. Scrivi alla Consulta su: consultadonne.blog.excite.it consdonneamendolara@libero.it consulta@excite.it |
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Art'e' donna 2008La manifestazione di Art'e' donna e' giunta alla sua seconda edizione. Si svolgerà il 13 agosto nella villetta comunale di Amendolara Marina, a partire dalle ore 20,00. Per adesioni, si invita a procedere come l'anno scorso, compilando il modulo reperibile presso il Comune. Oltre agli stand espositivi ci sarà anche una serata con Lucia Cassini, attrice, cantante e showgirl. |
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